Quando un apicoltore muore
Vieni a raccontare storie di morte ai treenni?
Quando un apicoltore muore, / bisogna dirlo alle sue api.
Comincia così un albo fotografico colorato e brillante che per me è L’Albo, il libro pressoché perfetto che dice senza sbavare, che sa la misura dell’essenzialità. Accanto potrei metterne un altro, altrettanto per me magistrale, che comincia con questa frase: “Mamma è morta stamattina.”
Le traduzioni sono mie; i testi sono in francese e (per ora) non sono editi in Italia (ma mai disperare). Entrambi parlano di morte. Nel primo “Il faut le dire aux abeilles” (La Joie de Lire 2012), Sylvie Neeman e Nicolette Humbert si rifanno all’antica usanza di annunciare alle api la morte del loro apicoltore, la mattina dopo la dipartita, prima dell’alba, per evitare che smettano di lavorare e muoiano di crepacuore. Lo ricorda anche Mark Twain ne “Le avventure di Huckleberry Finn”. Riempiono di luce e colore vivo le pagine, grazie alle fotografie di cieli sereni (quelli che quando un dolore ti colpisce fai fatica a guardare, ma sono lì), e parlano di quel che si deve dire: che si ha il diritto di sapere e di essere tristi, che è strano che tutto vada avanti, che un giorno le cose cambieranno. Che le api, come i bambini, sanno capire. Il secondo restituisce ancora una volta la grazia di Olivier Tallec che usa solo il colore rosso e intanto si fa voce di bambino e parla in prima persona, si arrabbia, si guarda intorno, tiene la sua crosta sul ginocchio come una metafora. È “La croûte” (Flammarion 2009).
Per dire che ottobre è diventato novembre, che qualcuno ha festeggiato el Día de los muertos e che di albi che parlano meravigliosamente della morte e della vita ce ne sono tanti. Penso a Memento Mori edito da Becco Giallo o a Sai chi sono io?, pendant a Io sono la Vita, nel catalogo delle Edizioni Primavera, dove la morte cavalca una fiammante bicicletta rosa. Sono albi pieni di colore, come Mortale di Emmanuelle Houdart per Logos, catalogo di personaggi, malattie, catastrofi. E più recentemente, sempre in grande formato, Il meraviglioso libro della morte (Camelozampa). E ancora le “domande mortali di bambine e bambini” contenute in Così è la morte? del progetto Wonder Ponder portato in Italia da Logos che avvisa fin dalla copertina che sono fornite anche le risposte alle 38 questioni scelte tra quelle posate da interlocutori tra i 5 e i 15 anni ;-) O ancora Dove andiamo quando moriamo? di Samy Ramos in catalogo da Corraini.

Poi ci sono le narrazioni in cui i protagonisti si interrogano sulla morte. Tralascio indicazioni varie per soffermarmi semplicemente su due testi brevi che si prestano bene alla condivisione in lettura ad alta voce: da un lato, Pensa a mangiare di Mikaël Ollivier, edito da Pension Lepic nella collana Parole per posta, dove Emma guarda il nonno calare nella fossa e poi snocciola tutti gli interrogativi possibili; dall’altro l’inossidabile, inarrivabile Sai fischiare Johanna? di Ulf Stark (Iperborea) che in quattro capitoli dice tutta la poesia della vita, della sua fine e della sua continuazione, esattamente come in Tutti i cari animaletti di Ulf Nilsson, sempre Iperborea. Ecco, ne ho annunciati due e ne ho detti tre, ma come si fa a resistere a una frase come: “Quella noiosa giornata estiva ci divertimmo un sacco. Fondammo una ditta che si chiamava Funerali SpA. Avremmo fatto i funerali più belli del mondo, e aiutato tutte le povere bestioline morte sparse in giro.” ?
Tutto questo per dire quel che mi è capitato. Da parecchio tempo ormai faccio ricerca sui racconti della tradizione intorno alla morte e, in particolare, sulle varianti del tema di chi cerca di ingannare la donna con la falce (tanto per capirci, un esempio di riscrittura è il bel I pani d’oro della vecchina di Gozzi e Lopiz per Topipittori). Una ricerca intorno al mondo che dovrebbe vedere la luce in formato anche cartaceo il prossimo anno. Intanto si fa voce e comincia ad andare in giro in incontri, prove di spettacolo, versione lunga, versione breve, versione sud del mondo, nord…
In virtù di questo sono stata invitata a raccontare in un centre de loisirs municipale che ospitava i bambini durante le vacanze autunnali francesi e che aveva scelto, per quindici giorni, di lavorare intorno alle tradizioni messicane per celebrare los muertos y la vida. Invitata a raccontare storie sulla morte ai 3-7 anni. Diceva proprio così la richiesta. La prima cosa che ho pensato è “chissà quando mi ricapita un’occasione così, una richiesta così limpida e semplice”. Poi ho pensato alla vita. Poi ho assemblato dal mio carniere di racconti, ho preso su il tamburo e la shruti box e sono andata.
Prima di inziare, una delle animatrici mi ha detto di non preoccuparmi se qualcuno piangeva, “sono abituati”. Poi si è girata verso i bambini (molto più 3-5 che 6-7) e ha pronunciato queste parole: “Oggi siamo qui per ascoltare storie che vengono dalla tradizione di tanti paesi diversi. Sapete già che i contes ci parlano della vita e di tutto quello che può contenere. E sapete che, come sempre, avete diritto di avere paura, mettervi a piangere, venirvi a sedere vicino agli adulti, tirare fuori il doudou dalla tasca. Io credo che sarà bello ascoltare insieme.” E si è seduta.
Abbiamo fatto grandi silenzi, abbiamo riso e anche tenuto ben teso il filo sospeso della paura di quel che accade dopo. Mentre apparecchiavo a parole il tavolo delle storie e quei tanti occhi mi fissavano attenti, io pensavo alle fiabe e alle storie della tradizione che dicono già tutto, che non hanno bisogno di essere stravolte né riscritte, che sono piene di eroine coraggiose, di sottigliezze sulla vita e sull’umanità, che basterebbero a nutrire il nostro bisogno di narrazione fino alla fine dei tempi e oltre, che basterebbe conoscerle davvero. Magari ne riparleremo poi, ché è un gran bel tema. E pensavo a quel che aveva detto l’animatrice e a quel che ha detto una bambina alla fine, tirandomi la maglia per farsi ascoltare: “Ci siamo strette vicine vicine perché così ascoltavamo meglio.”
Insieme, vicini. Non riesco a pensare ad altro modo per ascoltare e per dire le cose, il mondo, la vita.





